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Coeva al Duomo
di Monreale, la chiesa di santa Maria di Maniace è un insigne
monumento dell’arte romanica del dodicesimo secolo e sembra
preludere al bel gotico cistercense per la sobrietà e la
purezza dei suoi profili architettonici. L’interno, a pianta
longitudinale, si dispiega su tre navate e si interrompe, quasi
bruscamente, nella piatta parete di fondo all’altezza dell’arco
trionfale, di cui rimangono tracce, oltre il quale sorgevano, originariamente,
il transetto e le absidi orientate a levante, entrambi distrutti
dal terremoto del 13 gennaio 1693.
Tuttavia
lo spazio rimasto riesce ugualmente ad animarsi e ad affascinare
con la fuga degli archi ogivali, ghierati dai conci di pietra arenaria
gialla, sostenuti da due file di brune colonne in pietra lavica,
alternativamente rotonde ed esagonali, che, insieme agli archi sovrastanti,
si fondono anche nelle alte capriate lignee del soffitto che in
qualche parte e nelle mensole a truciolo che sorreggono le travi
conservano ancora tracce dell’antica decorazione. Completano
le linee architettoniche dell’interno i filari delle finestre
ad arco acuto che si aprono, a strombatura, nel profondo spessore
dei muri dell’alta navata centrale e di quelle laterali rosseggiando
sul bianco intonaco delle pareti del tempio per il cotto che ne
riveste le superfici interne e gli estradossi. Il tutto crea un’avvolgente
atmosfera di religioso silenzio e, ad un tempo, di arcano linguaggio
che sembra provenire da tempi lontani.
Il
sacro edificio custodisce, al suo interno, due esempi di scultura
che nell’arte romanica è sola architettonica con la
funzione, cioè, di adornare capitelli, portali, timpani,
altari, etc. e che pertanto, ricorre al “rilievo schiacciato”
o “basso rilievo” e “all’alto rilievo”,
rifiutando il tutto tondo. E a rilievo schiacciato sono i motivi
ornamentali del paliotto dell’altare composti da stilizzate
volute di tralci vegetali, fogliami, infiorescenze, sui quali piccoli
e profondi fori praticati ad arte col trapano creano un sapiente
gioco di chiaroscuri. Un’altra splendita sfortuna a basso
rilievo è rappresentata dalle due figure marmore dell’Angelo
annunziante e della Vergine delle quali si sconosce il sito originale,
apposte, dopo il terremoto, alla parete centrale. Sulla figura della
Vergine sembrano riassumersi molti dei canoni del basso rilievo
romanico: la rigidità e, insieme, l’atteggiamento ieratico
del personaggio, la posizione frontale del volto, la fissità
dello sguardo, le pieghe delle vesti, i piedi disposti uno accanto
all’altro. L’esterno della chiesa ha le superfici murarie
formate da materiali poveri: ciotoli, nude pietre irregolari di
diverse dimensioni e colori, mattoni e pietrisco, legati insieme
con calce e sabbia. Tuttavia l’insieme risulta solenne caldo
e luminoso e la facciata principale s’infiamma alla luce del
tramonto.
L’orlo
dei tetti inferiori è dato dalle semplici tegole supportate
in perfetto stile romanico, da una teoria di mensole al contrario
dell’orlo dei tetti superiori costituito da una vistosa grondaia
“alla cappucina” prodotta dall’ultimo lavoro di
restauro non in ortodossa di stile. La facciata principale, spoglia
e semplice, segue, architettonicamente, la diversa andatura, in
larghezza e in altezza, delle navate e dei tetti con rialzo, dunque,
della parte centrale della sovrastata, a sua volta, dalla torretta
campanaria creando così un effetto “a salienti”
e piramidale tipico di certe facciate romaniche. Su questa facciata
s’apre in alto una grande e armoniosa finestra ogivale ghierata
da pietra lavica mentre in basso è incastonato il bellissimo
portale a sesto acuto, stombato e polilobato da archi concentrici
e da file di colonnine in marmo, in porfido, in arenaria, sormontate
da capitelli tipicamente romanici, cioè istoriati, dal momento
che gli artisti romanici sono stati i primi e gli ultimi a raffigurarli
per imprimervi un simbolismo o per narrarvi una storia.
Volutamente
rivolto, al contrario dell’altare e delle absidi che guardano
ad oriente, il portale di Maniace è, secondo un simbolismo
cristiano, raffigurazione della notte, delle tenebre, del male e,
dunque, del peccato che viene simboleggiato e istoriato sui capitelli.
Il fedele che sta per varcare le soglie del tempio è invitato
a prendere con sano realismo, coscienza del male anche se lo lascia
alle spalle per incamminarsi verso la luce e la grazia rappresentante
dell’abside. Ed è per questo che dai capitelli di sinistra
viene fuori una sarabbanda di esseri selvaggi e mostruosi, animali
con due corpi ed una testa, bestie intrecciate dai corpi ibridi
con teste umane. I capitelli di destra aprono con la scena del vizio:
una donna nuda, in atteggiamento equivoco, abbraccietto con due
galli antropocefali. Segue la rappresentazione di Adamo ed Eva cacciati
dall’Angelo che nascondono la loro nudità. In coordinata
successione vengono rappresentate le conseguenza del peccato: la
condanna al lavoro, il drammatico fraticidio, la caccia, la guerra.
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